Domenica, 22 Aprile 2018 08:54

Peculato art. 314 c.p. Parere

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PARERE DI DIRITTO PENALE

Caio, dipendente pubblico della Azienda Sanitaria locale, in servizio presso l’ufficio ticket per riscuotere le somme pagate dai pazienti, giornalmente tratteneva una piccola parte di denaro, falsificando il rendiconto giornaliero. Alcuni mesi dopo riceve una lettera del responsabile, invitandolo a recarsi presso l’ufficio del personale il giorno seguente. Caio, nel sospetto di essere scoperto, si confida con un avvocato, chiedendogli un parere sui possibili profili di responsabilità in conseguenza della sua condotta.

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La corretta valutazione della condotta di Caio, non può prescindere dalla preventiva disanima dei reati contemplati agli articoli 314, 317 bis, c.p. e in generale, dei delitti contro la Pubblica Amministrazione.

Oggi quando si parla di beni penalmente tutelati non si parla, come poteva avvenire prima dell’avvento della costituzione della tutela di entità astratte che hanno una loro ragion d’ essere a prescindere dei diritti dei cittadini, cioè una tutela dello Stato come se fosse un’entità a sé stante addirittura contrapposta al cittadino inteso come suddito. Si tratta piuttosto di una tutela dei diritti del cittadino, che ha l’interesse a che il patrimonio pubblico sia gestito in maniera efficiente ed imparziale. La tutela della Pubblica Amministrazione è , quindi, intesa non come tutela di prestigio astratto dell’entità Stato, ma tutela di interessi del cittadino.

Il reato previsto dall’art. 314 comma 1 “Peculato” punisce il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità di denaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria è punito con la reclusione da 4 a 10 anni.

Il II comma recita testualmente: si applica la pena della reclusione da 6 mesi a 3 anni quando il colpevole ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa e dopo l’uso momentaneo la cosa è stata immediatamente restituita. Questa norma punisce l’appropriazione di chi ha il possesso o la disponibilità, facendo riferimento non solo al concetto giuridico di possesso, ma anche a quello di autonoma disponibilità, mai senza immediato controllo del superiore.

Ne da conferma una recente sentenza del 16/05/2017 n. 42016 della cassazione penale sezione 4 che afferma: il momento della consumazione del delitto di peculato coincide con quello in cui si appropria dolosamente di beni mobili o di somme di denaro della pubblica amministrazione di cui si è in possesso per ragione del proprio ufficio o servizio.

Il reato è ritenuto particolarmente grave poiché lede sia il buon andamento della pubblica Amministrazione sia il patrimonio della stessa, leso da un soggetto (il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio) che dovrebbe svolgere i suoi compiti in favore della collettività.

Il delitto di peculato ha, in qualche modo un parallelismo necessario con l’appropriazione indebita (art. 646 c.p.), poiché le due condotte sono simili, però la fattispecie non sono affatto identiche.

La differenza tra peculato e appropriazione indebita risiede principalmente dalla posizione che ricopre la persona che commette l’illecito.

Il peculato descrive l’appropriazione indebita di oggetti o denaro pubblici commessa da un pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che approfitta della sua posizione.
L’appropriazione indebita è invece commessa da un privato cittadino che sottrae un bene ad un altro. Non è un reato proprio, ma comune.

Nel caso di specie la condotta di Caio che falsificando il rendiconto giornaliero trattiene una parte di denaro, e quindi si procurandosi un ingiusto profitto a danno dell’ente per il quale lavora, integra il reato di cui all’art. 314 c. I c.p..

Alla luce di quanto esposto, è possibile ritenere che Caio possa essere chiamato a rispondere per il reato di peculato previsto dall’art. 314 c.p.

 

Dott. R. Paceco

Letto 139 volte Ultima modifica il Giovedì, 07 Giugno 2018 16:18
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